Negli ultimi decenni la maternità tardiva ha suscitato un dibattito acceso tra scienziati, medici ed eticisti. Il caso più noto è quello di María del Carmen Bousada Lara, che a 66 anni e 358 giorni diede alla luce due gemelli mediante fecondazione in vitro (IVF) negli Stati Uniti, entrando nel Guinness World Records come la madre più anziana di sempre. Tuttavia, separando la tecnologia di assistenza dalla fertilità spontanea appare un confine ben diverso: la britannica Dawn Brooke ha partorito naturalmente a 59 anni, facendo emergere il vero limite biologico del concepimento senza interventi.
Il caso Bousada Lara: la maternità più avanzata registrata
Il 13 dicembre 2006, all’ospedale Sant Pau di Barcellona, Bousada Lara partorì i gemelli Christian e Pau tramite cesareo. Per accedere all’IVF, aveva dichiarato di avere 55 anni, ma il suo vero età al momento della fecondazione era ben più avanzata. Questo record evidenzia quanto la tecnologia riproduttiva possa superare il limite naturale, ma non elimina i problemi legati all’invecchiamento dei ovociti che rimangono il fattore più restrittivo.
Ovociti vs. utero: perché invecchiano in modo diverso
Una donna nasce con un patrimonio finito di ovociti stimato tra 1-2 milioni, ma entro la pubertà ne rimangono circa 300-400 000. Con l’età aumenta la percentuale di ovociti affetti da anomalie cromosomiche, riducendo la probabilità di concepimento e alzando il rischio di aborto e di patologie genetiche neonatali. Al contrario, l’utero mantiene la capacità strutturale di supportare un embrione anche quando le ovaie cessano di produrre cellule, purché sia adeguatamente preparato con terapia ormonale. Questo è il principio alla base dell’ovodonazione che utilizza ovociti di donatrici più giovani per aumentare le probabilità di una nascita viva.
Rischi clinici delle gravidanze dopo i 45 anni
Una meta-analisi pubblicata nel 2026 ha evidenziato che le gravidanze in donne oltre i 45 anni sono associate a un incremento significativo di complicanze: preeclampsia diabete gestazionale, placenta previa, distacco di placenta, emorragia postpartum, parto prematuro e maggiore incidenza di cesareo. Confrontando le donne di 50-54 anni con quelle di 45-49, i rischi di ipertensione gestazionale e di parto prematuro crescono ulteriormente, anche se parte della differenza deriva dalla maggiore frequenza di gravidanze multiple ottenute con trattamenti di assistenza. I neonati nati da madri over 50 mostrano una più alta probabilità di ricovero in terapia intensiva neonatale.
Tendenze della maternità tardiva in Italia e nei contesti di crisi
Secondo Istat, l’età media al primo parto in Italia è passata da 28,1 anni nel 1995 a 31,9 anni nel 2024, raggiungendo 32,7 anni nel 2025. Parallelamente, la fertilità complessiva è diminuita, con un tasso medio di 1,14 figli per donna. Questi dati mostrano una spinta verso la maternità più tarda, dovuta a fattori socio-economici quali carriera, stabilità abitativa e reddito. In situazioni di conflitto, come nella Striscia di Gaza, le gravidanze in età avanzata aumentano per motivi culturali e per la perdita di figli in guerra. L’organizzazione Emergency segnala che una su tre gravidanze è ad alto rischio, con circa il 33 % dei neonati prematuri o necessitanti di cure intensive, a causa di carenze sanitarie, malnutrizione e scarsità di farmaci.
Allattamento al primo giorno: esperienze e difficoltà
Le sfide non terminano con il parto. Molte neomamme, soprattutto dopo un cesareo d’urgenza, affrontano problemi di avvio dell’allattamento: prurito da anestetico, assenza di latte spontaneo e necessità di utilizzare pompe o somministrare formula. Una testimonianza descrive l’uso di un dispositivo a ventosa per raccogliere il latte materno, l’intervento di una specialistica per verificare un possibile frenulo corto del neonato e la difficoltà nel mantenere una buona presa. Questi ostacoli, se non gestiti, possono compromettere la nutrizione del neonato e aumentare lo stress materno, sottolineando l’importanza di un supporto post-parto adeguato e di una corretta informazione sull’allattamento.
Le decisioni devono considerare non solo la possibilità tecnica, ma anche la salute globale della donna, le prospettive di vita del bambino e le condizioni socio-sanitarie in cui la gravidanza si sviluppa.



