La recente vicenda di Pordenone, che ha visto coinvolti un medico di base e il figlio di un’anziana paziente deceduta, ha riacceso il dibattito sulle visite domiciliari e sulle responsabilità dei medici di medicina generale.
Questo caso ha portato alla luce la complessità delle decisioni che i professionisti della salute devono prendere quotidianamente, bilanciando autonomia professionale e responsabilità verso i pazienti.
Le regole delle visite domiciliari
Secondo il contratto collettivo nazionale i medici di base non sono obbligati a effettuare visite domiciliari, ma devono valutare caso per caso la necessità di recarsi a casa del paziente.
Se la richiesta di visita arriva prima delle 10 del mattino, il medico ha tempo fino alle 20 dello stesso giorno per effettuare la visita, ma solo se ritiene la richiesta congrua. In caso contrario, può optare per un colloquio telefonico o invitare il paziente in ambulatorio.
Se la richiesta arriva dopo le 10, la visita deve essere effettuata entro le 12 del giorno successivo, sempre previa valutazione del medico.
In caso di emergenze o urgenze il medico deve attivare il 112 che a sua volta contatterà il 118.
La gestione dei pazienti cronici
Per i pazienti cronici, come l’anziana signora di San Quirino, il medico valuta la necessità delle visite domiciliari in base a diversi fattori, tra cui il rapporto di fiducia con il paziente e la conoscenza delle sue patologie e aspetti psicologici.
In alcuni casi, il medico può attivare il percorso di assistenza domiciliare integrata che prevede il supporto di infermieri e altri specialisti, come psichiatri.
Il medico dichiara quante volte al mese intende visitare l’assistito, e il presidente di Distretto ne prende atto. Nella provincia di Pordenone, oltre duemila persone fragili sono curate a domicilio, a fronte di 640 pazienti ricoverati in ospedale.
Con l’aumento dell’età media, la gestione della cronicità è diventata essenziale. Le case di comunità possono rappresentare un valido supporto in questo contesto.
L’importanza dell’accoglienza delle emozioni nella cura
In un contesto diverso ma altrettanto delicato, l’operatrice sociosanitaria Miriam Regonesi condivide la sua esperienza di lavoro in un hospice sottolineando l’importanza di accogliere le emozioni nella cura.
Secondo Regonesi, la capacità di accogliere le emozioni è la chiave che apre la porta di ogni relazione: con le persone assistite, con i famigliari e con i colleghi.
In un hospice, ambienti a bassa tecnologia ma con un’elevata intensità assistenziale, l’obiettivo è favorire una vicinanza con la persona malata, attraverso piccole attenzioni che diventano importanti sia per chi è malato sia per chi gli è vicino.
Ascoltare le domande, rispettare i silenzi, chiamare le cose con il loro nome, raccontare e dare significato ad ogni momento, ad ogni istante, può aiutare a costruire ricordi che tengano legati i pazienti e i loro cari.
Regonesi sottolinea anche l’importanza del metodo Validation che si basa su un processo di comunicazione che dà valore all’anziano, accogliendo e rispettando le sue emozioni, in qualsiasi tempo e/o luogo si trovi, in qualsiasi modo le manifesti.



