Negli ultimi anni la violenza digitale ha assunto forme sempre più sofisticate, sfruttando l’intelligenza artificiale per creare contenuti sessuali non consensuali. Quando la tecnologia diventa un strumento di violenza le vittime si trovano a dover difendere la propria dignità sia nella sfera privata che in quella pubblica.
In Italia, due casi recenti hanno messo in luce la pericolosità di questi abusi: una donna di Pescara, ormai conosciuta con il nome fittizio di Teresa, è stata vittima di deepfake e revenge porn realizzati con l’ausilio di algoritmi di machine learning a distanza di chilometri, nella cittadina di Ivrea, un operaio ha diffuso per più di un decennio immagini intime della sua ex compagna attraverso gruppi falsi su Telegram e Facebook.
Il caso di Pescara: quando l’AI trasforma la vendetta in pornografia
Teresa, cinquantenne residente in provincia di Pescara, ha raccontato di aver incontrato l’ex compagno in un periodo di grande vulnerabilità, dopo la separazione dal marito. Il rapporto, durato appena quattro mesi, è scoppiato in una serie di abusi: telefonate minacciose, installazione di dispositivi di ascolto e, soprattutto, la pubblicazione di foto intime su siti di incontri a sfondo sessuale. L’uomo, sfruttando l’intelligenza artificiale ha estratto i volti delle figlie della donna dai social e li ha sovrapposti a corpi di donne in pose pornografiche, creando deepfake di estrema precisione. I video sono stati diffusi su TikTok, dove hanno rapidamente raggiunto migliaia di visualizzazioni, rovinando la vita quotidiana della famiglia in un piccolo centro abitato.
Procedimenti giudiziari e conseguenze legali
Le autorità hanno sequestrato il cellulare dell’autore, imposto il divieto di avvicinamento tramite braccialetto elettronico e avviato un’indagine per stalking lesioni aggravate e revenge porn. Il processo è previsto per il 4 novembre, con la speranza di una rapida definizione per evitare ulteriori sofferenze alla vittima e alle sue figlie. Teresa ha sottolineato la necessità di una regolamentazione più stringente dell’AI poiché la tecnologia, se nelle mani sbagliate, può trasformarsi in un danno per l’intera umanità.
Il caso di Ivrea: una rete di profili falsi per dodici anni
Nel Canavese, un operaio di 55 anni è stato condannato per aver raccolto e condiviso, per più di un decennio, foto e video intimi della sua ex compagna, diffondendoli su gruppi chiusi di Telegram e Facebook. La donna, ignara della truffa, ha scoperto la realtà quando, per caso, ha trovato una conversazione contenente il suo volto nudo su uno dei profili falsi. Decine di uomini, reclutati tramite pseudonimi, avevano avuto accesso a quel materiale, trasformando la vita della vittima in un continuo stato di vergogna e paura.
Sentenza e risarcimento
Il procuratore di Ivrea ha archiviato il caso con un patteggiamento: la condanna è di due anni, con la pena sospesa e subordinata a un percorso di riabilitazione per violenze domestiche. L’uomo ha versato un assegno di 5 000 euro a titolo di risarcimento, ma la vittima ha dovuto affrontare un trauma profondo, costringendola a considerare l’idea di trasferirsi per sfuggire al giudizio della comunità locale. L’avvocato difensore ha evidenziato le attenuanti, ma la gravità dei reati – revenge porn violenza psicologica e uso illecito di dati personali – resta una ferita aperta per la società.
Entrambi i casi dimostrano come la tecnologia digitale possa essere impiegata per perpetrare forme di violenza che vanno ben oltre la sfera fisica, creando danni psicologici duraturi. Le vittime, costrette a ricostruire la propria vita sotto l’occhio giudicante dei social, hanno trovato nelle autorità un supporto limitato ma essenziale, evidenziando la necessità di leggi più severe e di un’Educazione digitale capace di prevenire l’abuso di strumenti come l’AI e le piattaforme di messaggistica.



