Rientro al lavoro dopo la maternità: come cambia la qualità dell’impiego

I numeri provenienti dall'osservatorio provinciale evidenziano un aumento della precarietà contrattuale dopo la maternità e significative differenze legate al titolo di studio

Il ritorno al lavoro dopo la maternità non riguarda solo il momento in cui si rientra in azienda: entra in gioco la qualità dell’impiego e la possibilità di costruire una carriera stabile. I dati dell’Osservatorio del mercato del lavoro della Provincia autonoma di Bolzano, diffusi in occasione della Giornata internazionale della donna, offrono uno spaccato chiaro sulle trasformazioni contrattuali e sulle disuguaglianze legate al titolo di studio.

Rientri diversi a seconda del titolo di studio
La velocità e le condizioni del reinserimento variano molto in base all’istruzione. Tra le donne laureate circa il 40% torna a lavoro entro un anno; le diplomate fanno registrare una percentuale inferiore di circa 20 punti. Tuttavia, a tre anni dalla fine del congedo, le diplomate uscite da percorsi professionali raggiungono tassi di reinserimento comparabili a quelli delle laureate (intorno al 55-60%), segno che la mobilità occupazionale a medio termine attenua in parte gli svantaggi iniziali.

Chi possiede solo il diploma di scuola media resta invece indietro: il divario con le laureate si aggira sui 15-20 punti percentuali e si riflette non solo nel rientro, ma anche nella qualità e stabilità dei contratti offerti. Secondo Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista fintech, un titolo più alto apre spesso la porta a ruoli con condizioni contrattuali più solide, perché il mercato premia competenze e certificazioni riconosciute.

Precariato e part time: la qualità dell’impiego al rientro
Il quadro che emerge è preoccupante sul piano della qualità del lavoro. Dopo la maternità la quota di contratti a tempo determinato sale dal 10% al 34% e tra le donne rientranti l’84% svolge attività a tempo parziale. La combinazione di contratti temporanei e orario ridotto incide su retribuzione, avanzamento professionale e contributi pensionistici: meno continuità produttiva significa minori opportunità di carriera e maggiore vulnerabilità economica nel medio periodo.

Dal punto di vista organizzativo, chi lavora nel settore osserva che misure come turnazioni studiate, riduzione modulare dell’orario e orari concilianti possono ridurre lo shock occupazionale legato alla maternità. Ma senza interventi normativi e politiche aziendali coerenti, il rischio è che la precarietà diventi la regola per molte madri.

Dimissioni evitabili e costi sociali
Nel 2026 in Alto Adige sono state 864 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro durante la gravidanza o nei primi tre anni di vita del figlio; tra il 2019 e il 2026 le dimissioni registrate sono state circa 3.500. Una quota non trascurabile di questi abbandoni potrebbe essere evitata: il 16% di chi si è dimessa ha dichiarato che sarebbe rimasta se le fosse stata offerta la possibilità di un part time o di orari flessibili. È un segnale forte: soluzioni organizzative flessibili incidono direttamente sulla permanenza delle donne nel mercato del lavoro.

Confronto con i padri e implicazioni politiche
Le dinamiche sono diverse per gli uomini. Molte dimissioni legate alla paternità risultano formali perché chi lascia trova rapidamente una nuova occupazione: circa sette dimissioni su dieci correlate alla paternità si configurano così, e entro uno-due mesi circa due terzi degli uomini risultano nuovamente occupati. Le donne, invece, raggiungono percentuali simili mediamente solo dopo circa tre anni. Questa disparità temporale peggiora la perdita di competenze femminili e aumenta il rischio di arretramento salariale e professionale.

Per le politiche pubbliche il messaggio è chiaro: servono interventi mirati su conciliazione e tutele del lavoro, misure che favoriscano il rientro rapido delle madri e la conservazione delle competenze acquisite.

Le parole dell’assessora
L’assessora provinciale al lavoro, Magdalena Amhof, ha rimarcato che le donne rappresentano un potenziale indispensabile per il mercato del lavoro. Ha sottolineato come l’aumento della precarietà dopo la maternità sia incompatibile con percorsi professionali duraturi e con una solida protezione sociale, indicando la necessità di politiche che favoriscano la conciliazione famiglia-lavoro e la stabilità contrattuale.

Piste concrete per migliorare la situazione
Per limitare le dimissioni evitabili e rendere più agevole il ritorno al lavoro si possono adottare misure pratiche: ampliare l’offerta di orari flessibili, incentivare contratti stabili dedicati a chi rientra, potenziare servizi di supporto alla genitorialità e introdurre percorsi di formazione riconvertibile. Le aziende possono inoltre promuovere la condivisione delle responsabilità familiari e programmi di ricollocamento verso contratti a tempo indeterminato.

Rientri diversi a seconda del titolo di studio
La velocità e le condizioni del reinserimento variano molto in base all’istruzione. Tra le donne laureate circa il 40% torna a lavoro entro un anno; le diplomate fanno registrare una percentuale inferiore di circa 20 punti. Tuttavia, a tre anni dalla fine del congedo, le diplomate uscite da percorsi professionali raggiungono tassi di reinserimento comparabili a quelli delle laureate (intorno al 55-60%), segno che la mobilità occupazionale a medio termine attenua in parte gli svantaggi iniziali.0

Scritto da AiAdhubMedia

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