Il 24 agosto 2016, un terremoto di magnitudo 6.0 ha scosso l’Appennino centrale, lasciando dietro di sé una scia di distruzione e dolore. A dieci anni da quella tragica notte, Amatrice cerca di rialzarsi, tra cantieri aperti e memorie dolorose. La strada verso la ricostruzione è lunga e complessa, ma la comunità non si arrende.
Oggi, il centro storico di Amatrice è un cantiere a cielo aperto. Corso Umberto I, una delle arterie principali, è stato finalmente asfaltato dopo dieci anni di attesa. Tuttavia, il lavoro è ancora in corso e molte strutture sono ancora in rovina. L’orologio della torre civica, l’unica rimasta in piedi, segna ancora le 3 e 36, l’ora del sisma che ha cambiato per sempre la vita di questa comunità.
Le sfide della ricostruzione
La ricostruzione di Amatrice è un processo lento e complesso. Oltre un migliaio di sfollati sono stati alloggiati nelle soluzioni abitative di emergenza (Sae), ma meno del 20% di loro è rientrato nelle case. Alcuni per paura, altri per speculazione. Umberto, un ottantenne che vive in una Sae, racconta: “Qui mi trovo bene, ma quando la casa sarà pronta me ne andrò. Ho speso i soldi di una vita per comprarla.”
La vita quotidiana ad Amatrice si svolge ancora tra container e prefabbricati. La nuova sede del Comune, la stazione dei carabinieri, la polizia stradale, le banche e la posta: tutto aspetta ancora di essere ricostruito. L’ospedale, una struttura enorme ancora avvolta dalle impalcature, è previsto per il 2027 e sarà un polo sanitario di riferimento per i territori tra Rieti e Ascoli.
La paura di perdere la comunità
Uno dei maggiori rischi per Amatrice è la sopravvivenza della comunità. Su 2.323 residenti, solo poco più di un migliaio vivono effettivamente nel paese. Ogni anno nascono solo tre o quattro bambini. “Qui il 20% delle persone sono seguite dai servizi di assistenza perché si isolano e faticano ad uscire”, spiega l’attuale sindaco Giorgio Cortellesi. “Servono luoghi che aggreghino, il teatro e i due piccoli centri commerciali non bastano.”
La resilienza dei ristoratori
Tra le macerie, ci sono anche storie di resilienza e speranza. I ristoratori di Amatrice stanno cercando di rilanciare il territorio, puntando sul turismo delle seconde case. Giovanni Apa, uno di loro, ha istituito la “giornata dell’amatriciana” il 6 marzo scorso. “Prima c’erano 38 strutture tra ristoranti e alberghi, ora sono 29”, racconta.
La paura di morire
Davanti alla chiesa di Sant’Agostino, allestita con una statua in legno di crocifisso in un container dopo il crollo della vera struttura, Don Savino, parroco di Amatrice per 18 anni, monitora la ricostruzione di Casa Futura, un ex orfanotrofio che diventerà un centro polifunzionale. “La paura è che nel frattempo questa città possa morire”, dice. A qualche metro, due ragazzini suonano per scherzo la piccola campana della chiesa improvvisata in giardino con una torretta di legno. Don John, il parroco, li lascia fare e sorride, quasi a dire: “Almeno c’è ancora vita.”
La strada verso la ricostruzione è lunga e complessa, ma la comunità di Amatrice non si arrende. Tra cantieri aperti e memorie dolorose, la speranza di rialzarsi è ancora viva.



