In Italia, quasi 1,9 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Tra questi, il 59% sono donne, e molte di loro sono madri. Questo fenomeno, noto come Neet (Not in Education, Employment or Training), è spesso analizzato senza considerare le differenze di genere, un errore che ha conseguenze politiche e sociali significative.
Le responsabilità familiari e di cura sono la principale ragione per cui le donne rinunciano al lavoro. Secondo il Rapporto Dedalo della Fondazione Gi Group, il 43,8% delle donne Neet indica queste responsabilità come motivo principale dell’inattività, contro solo il 3,8% degli uomini. La maternità amplifica ulteriormente questa disparità: il 49,4% delle donne Neet sono madri, una percentuale quasi sei volte superiore a quella dei padri.
Le disparità di genere nel mercato del lavoro
Le donne in Italia conseguono risultati scolastici migliori degli uomini e completano più spesso i percorsi universitari. Tuttavia, il capitale formativo accumulato non basta quando la società pretende che siano loro a colmare, con il proprio lavoro gratuito, ogni lacuna dei servizi. La scarsa disponibilità o l’eccessivo costo dei servizi per la prima infanzia inducono molte donne a rimanere fuori dal mercato del lavoro.
L’Ocse osserva che nei Paesi in cui i servizi per l’infanzia sono più sviluppati, i tassi di occupazione femminile sono più elevati. Ad esempio, nel 2026 il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni era del 71,3% nell’Unione europea, con la Svezia al 79,8%, mentre in Italia si fermava al 58%. Questo divario non dipende da una particolare attitudine scandinava al lavoro, ma da un’architettura istituzionale che rende l’occupazione maggiormente compatibile con la genitorialità.
L’importanza dei congedi parentali paritari
I congedi parentali sono decisivi per favorire l’occupazione femminile. Se pensati solo per le madri, consolidano la divisione tradizionale dei ruoli e rendono le donne più costose o meno desiderabili per le imprese. Quando invece una quota consistente è riservata ai padri e non è trasferibile, la nascita di un figlio smette di essere considerata un rischio occupazionale solo femminile. La Spagna, ad esempio, riconosce ai padri 16 settimane di congedo retribuito.
I servizi per l’infanzia incidono di più sull’occupazione femminile quando fanno parte di un sistema integrato di supporti alla genitorialità: congedi retribuiti, organizzazione del lavoro, fiscalità e sostegni alle famiglie. Può incidere anche sulla demografia, perché nei Paesi in cui maternità, lavoro e autonomia sono maggiormente conciliabili la scelta di avere figli risulta meno penalizzante per le donne.
La protesta delle mamme sammarinesi
In San Marino, 55 neo mamme hanno inviato una lettera aperta al governo chiedendo di prolungare i congedi di maternità. Attualmente, la normativa garantisce lo stipendio al 100% per i primi tre mesi dopo il parto, ma successivamente le madri si trovano di fronte a un bivio obbligato: rientrare subito al lavoro oppure prolungare l’assenza con un reddito ridotto al 40%. La riforma attesa avrebbe garantito un’indennità all’80% per ulteriori tre mesi, offrendo un sostegno reale e concreto.
Le mamme sammarinesi sottolineano che i primi sei mesi di vita sono fondamentali per lo sviluppo del bambino. Un distacco così precoce può rappresentare un trauma. Pur nel massimo rispetto di chi rientra prima per libera scelta, le mamme rivendicano la possibilità di una decisione serena, consapevole e non dettata da stringenti vincoli finanziari.
La questione non è soltanto economica ma riguarda la salute e il benessere. Le 55 madri chiedono ora risposte immediate e un cambio di passo decisivo: “La legge sia approvata in tempi brevissimi e preveda la retroattività che sta ingiustamente penalizzando tante lavoratrici.”



