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La maternità, un viaggio carico di emozioni e aspettative, può talvolta trasformarsi in una realtà drammatica. Le psichiatre Franca Aceti e Nicoletta Giacchetti, operanti nel Servizio di Psicopatologia Perinatale del Policlinico Umberto I di Roma, analizzano le motivazioni che possono portare una madre a compiere l’atto estremo di togliere la vita al proprio figlio.
Le ragioni possono variare ampiamente, spaziando da disturbi mentali seri fino a eventi dissociativi.
Disturbi psicologici e infanticidio
Un fenomeno che colpisce profondamente la società è quello dell’infanticidio, un atto che può essere scatenato da una depressione psicotica, una condizione in cui la madre non riesce a distinguere la realtà dalla propria sofferenza mentale. In alcuni casi, questo gesto estremo è accompagnato dal suicidio della madre, in un tragico abbraccio finale.
Tali situazioni sono spesso il culmine di un lungo percorso di angoscia e isolamento.
Raptus dissociativo: un’esperienza inaspettata
Esistono anche situazioni in cui madri apparentemente sane, senza una diagnosi psichiatrica evidente, possono sperimentare raptus su base dissociativa. Questi eventi, che si manifestano come un blackout della coscienza, possono essere innescati da traumi passati o stress estremi, portando a comportamenti distruttivi in momenti di vulnerabilità. Queste madri, che spesso vengono descritte come “insospettabili”, possono nascondere un vissuto di angoscia che le ha portate a questi atti disperati.
La sindrome di Medea e le motivazioni relazionali
Un’altra spiegazione frequentemente citata è la sindrome di Medea, in cui il gesto tragico è diretto non solo verso il bambino, ma anche come forma di vendetta nei confronti di un partner. Questo comportamento può manifestarsi quando la madre si sente tradita o abbandonata, e la morte del figlio diventa un modo per infliggere dolore al compagno. Secondo le psichiatre, è fondamentale riconoscere che la salute mentale perinatale è un aspetto cruciale della salute generale.
Prevenzione e supporto
È chiaro che la prevenzione di tali eventi tragici deve partire da un intervento precoce e mirato. Le statistiche indicano che tra l’8,5% e il 13% delle donne possono sviluppare una forma di depressione durante la gravidanza, e che circa il 10% di queste donne potrebbe arrivare a rifiutare il proprio bambino, con conseguenze drammatiche. I figli di genitori affetti da depressione hanno un rischio maggiore di sviluppare disturbi psichiatrici in età adulta e di essere soggetti a maltrattamenti.
Le psichiatre Aceti e Giacchetti avvertono inoltre che i segnali d’allerta includono paure eccessive, insonnia, e un controllo ossessivo su aspetti come il sonno e l’alimentazione del bambino. È cruciale che pediatri e ginecologi siano sensibilizzati su questi temi, poiché la società tende a minimizzare le difficoltà delle madri, considerandole come contro natura.
Il bisogno di unità di sostegno
In Italia, non esistono ancora strutture adeguate come le unità madri-bambino, che sono presenti in altri paesi e che permetterebbero alle madri in difficoltà di ricevere supporto insieme ai loro neonati. Queste unità sono fondamentali per garantire un ricovero protetto e un’assistenza specializzata, che possa prevenire situazioni disperate e fornire il supporto necessario per affrontare le sfide della maternità.
La questione dell’infanticidio e delle crisi materne richiede un’attenzione particolare da parte della società e delle istituzioni sanitarie. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e l’implementazione di misure preventive si potrà sperare di arginare questo drammatico fenomeno.