Il movimento studentesco ha organizzato un’ondata di manifestazioni in molteplici città italiane, nell’ambito del cosiddetto No Meloni day. Gli studenti, guidati da organizzazioni come Cambiare Rotta e Osa, hanno invocato la riduzione delle spese militari, più finanziamenti per la scuola e la fine del carovita che colpisce le famiglie.
Secondo le stime delle associazioni, le proteste hanno coinvolto da qualche migliaio a oltre cinque mila giovani in città come Torino, Roma, Bari, Milano, Genova, Bologna, Venezia e Treviso. Slogan ricorrenti – “Soldi alla scuola non alla guerra”, “Meno armi, più diritti” – hanno accompagnato i cortei, che hanno subito trasformato le piazze in veri e propri anfiteatri di dissenso politico.
Le manifestazioni nelle principali città
A Bari, circa 700 studenti hanno partito da piazza Umberto, percorrendo il lungomare per arrivare in piazza Prefettura, dove hanno denunciato la “scuola-caserma” e la mancanza di spazi democratici. A Roma, i manifestanti hanno occupato il cortile del Ministero dell’Istruzione, lanciando petardi e cartelloni con la scritta “Valditara esci dal palazzo”. Il corteo si è poi spostato nella Città dell’Altra Economia a Testaccio, dove oltre 5 000 giovani hanno cantato contro il governo.
Torino ha assistito a un raduno massiccio in piazza Castello: centinaia di partecipanti hanno sollevato torce di segnalazione, lanciato sassi e bottiglie di vetro contro la Prefettura, mentre la polizia rispondeva con idranti e lacrimogeni. Milano ha visto l’occupazione dell’ex obitorio in via Francesco Sforza, edificio vuoto di proprietà comunale destinato a diventare un polo didattico; i manifestanti hanno dichiarato di essere “5 000” e hanno chiuso il corteo senza ulteriori scontri.
Genova ha ospitato una protesta con sagome capovolte di Meloni e Valditara, accompagnate da lancio di uova contro le figure politiche, mentre a Venezia studenti hanno dipinto vernice rossa sulla sede del Provveditorato regionale, simboleggiando il “sangue di Gaza”. A Bologna, una parte dei manifestanti ha bloccato la stazione ferroviaria, acceso fumogeni e lanciato bottiglie, provocando l’intervento di forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
Scontri con le forze dell’ordine e simboli della contestazione
Le tensioni sono sfociate in diversi momenti violenti. A Torino, la polizia ha attivato gli idranti per disperdere la folla, mentre i manifestanti continuavano a scagliare sassi e torce, gridando “Questa è la Prefettura, quella che non ci voleva far arrivare qua in piazza”. A Bologna, gli agenti hanno respinto i giovani con scudi, dopo che questi avevano acceso fuochi d’artificio e lanciato bottiglie. In Genova, alcuni studenti hanno brutalmente lanciato uova contro sagome di politici, evocando un episodio storico legato al 29 aprile 1945.
Alcuni gruppi hanno usato oggetti simbolici: vernice rossa in Venezia, uova di colore nelle proteste di Torino e Genova, e persino un carro armato di cartone bruciato davanti a Confindustria a Genova. Questi elementi hanno evidenziato la volontà di trasformare le richieste economiche in manifestazioni visive e provocatorie.
Occupazione dell’ex obitorio a Milano
L’occupazione dell’ex obitorio è stata segnata da un discorso collettivo in cui i manifestanti hanno dichiarato: “Siamo in 5 000, non accetteremo più la chiusura delle scuole”. L’edificio, pur essendo vuoto, è stato trasformato in un simbolo di resistenza contro la chiusura di istituti scolastici e la carenza di spazi di aggregazione. La polizia ha monitorato la zona ma non ha effettuato alcun sgombero, consentendo ai giovani di restare per diverse ore.
Domande dei manifestanti e prospettive per il futuro
Tra le richieste chiave spiccano l’aumento del finanziamento pubblico alla scuola la riduzione della spesa militare e la cancellazione del tetto agli studenti stranieri. Gli organizzatori hanno annunciato la partecipazione allo sciopero generale previsto per il 30 ottobre, definendo il momento “un’occasione per unire studenti e lavoratori contro un governo che alimenta la guerra e il carovita”.
Il vicepremier Matteo Salvini ha definito gli scontri “un gesto criminale”, sottolineando che “chi lancia pietre contro la polizia è un delinquente”. Tuttavia, i giovani hanno ribattuto che la loro azione è una risposta a politiche che trasformano le scuole in “caserme” e che la violenza è la conseguenza di un “governo guerrafondaio”. Con le proteste ancora in corso, resta da vedere se la pressione popolare riuscirà a influenzare il bilancio nazionale e le decisioni del prossimo governo.



